Vi ricordate il ministero di "Grazia e Giustizia"? beh non c'è più.
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Lo stretto di Hormuz è bloccato da settimane, il prezzo del gas è esploso, il governo sta rastrellando i fondi della difesa pur di non far schizzare il diesel a 2,30 euro al litro. Bruxelles ha appena bocciato il decreto bollette.
Argomento principale dei giornali e dei talk show? Nicole Minetti.
Sgombriamo subito il campo, così evitiamo equivoci. La signora Minetti non mi è simpatica. La sua parabola politica, dal Pirellone alle "cene eleganti", resta una delle pagine più imbarazzanti della Seconda Repubblica, e l'idea che oggi viva in Uruguay tra ville, mecenati e adozioni dai contorni opachi non aggiunge fascino al personaggio. Anzi. Se fosse una questione di gusto, firmerei subito per cancellarne il nome dai manuali di storia.
Ma non è questo il problema.
Da dieci giorni assistiamo al copione di sempre. Il Fatto Quotidiano, con sei pagine al giorno, sparge materiale organico in decomposizione urbi et orbi e l'opposizione chiede le dimissioni del politico di turno prima ancora di capire se trattasi di suggestioni o altro, l'editorialismo di posizione si scalda, gli italiani si dividono in due tifoserie.
Bene. Cosa stiamo discutendo, in concreto?
Per ora di niente. Stiamo discutendo di supposizioni e suggestioni di stampa.
La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha appena attivato l'Interpol per capire quanto c'è di vero nelle ricostruzioni del Fatto. Fino ai riscontri, ogni sentenza è prematura. Ricostruire questa vicenda con onestà è un esercizio quasi più complicato che spiegare ai cittadini il quesito del referendum della scorsa primavera, e sappiamo come è andata.
Proviamo a immaginare i due scenari possibili.
Primo: l'inchiesta giornalistica regge alla prova dei fatti. Verrà fuori che la richiesta di grazia conteneva dichiarazioni mendaci sulle condizioni del minore, sulle modalità di adozione, sul presunto cambio di vita della Minetti. Bene, di chi sarebbe la responsabilità? Della procura generale di Milano, che ha istruito la pratica e ha dato parere favorevole sulla base di carte poi rivelatesi false. La stessa Nanni lo ha ammesso candidamente: «Siamo stati diligenti, magari non perspicaci». Tradotto: ci hanno raccontato delle balle e non ce ne siamo accorti.
Tanto che oggi è la stessa procura a riaprire il caso.
Secondo: l'inchiesta non porta a nulla. Le verifiche dell'Interpol confermano che il bambino esiste, che la patologia è reale, che il percorso adottivo era regolare. In quel caso avremo bruciato due settimane di prima pagina, mezza credibilità delle istituzioni, e una quantità imbarazzante di tempo collettivo a litigare sul nulla.
E Mattarella? Facciamo un piccolo ripasso insieme.
Dal 1999 non esiste più il "Ministero di Grazia e Giustizia".
Si chiama solo Ministero della Giustizia.
Il motivo è semplice: la grazia è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, non del governo.
Lo dice la Costituzione, lo ha confermato la Corte Costituzionale con una storica sentenza. Sentenza che nasce da uno scontro durissimo. Carlo Azeglio Ciampi voleva concedere la grazia a Ovidio Bompressi, militante di Lotta Continua condannato per il concorso nell'omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Il ministro leghista Roberto Castelli si oppose, sostenendo che senza la firma del Guardasigilli la grazia non si poteva fare.
La Consulta diede ragione al Quirinale: il ministro istruisce, il Presidente decide.
Punto.
Da allora il meccanismo è quello. Il ministero raccoglie le istanze, le istruisce, le trasmette al Colle con un parere non vincolante. Il Presidente sceglie. Nei suoi due mandati Mattarella ha esaminato 4.230 richieste e ne ha accolte 71, di cui 36 in questo secondo settennato.
Tradotto in italiano: se c'è stato un errore, lo ha fatto la procura nell'istruttoria, il ministero ha trasmesso quello che ha ricevuto, il Colle ha deciso sulla base di quelle carte. Esattamente come prevede quella Costituzione che si invoca a giorni alterni.
Ed è qui che la posizione del Fatto Quotidiano diventa, involontariamente, comica. Pur di prendersi Mattarella, il giornale di Travaglio sta denunciando, senza rendersene conto, un caso di malagiustizia commesso dai suoi beniamini in toga: la procura generale di Milano.
C'è poi un dettaglio strano, secondo me non trascurabile.
La grazia di cui stiamo discutendo non cancella il reato e soprattutto si applica a una pena che la Minetti non avrebbe mai scontato in carcere. Tre anni e undici mesi ai servizi sociali vogliono dire qualche giorno a settimana di volontariato o di lavoro di pubblica utilità. Stiamo cioè urlando a piena voce per una clemenza che riguarda l'affidamento in prova di una persona che, anche senza grazia, non avrebbe mai visto un secondino.
La proporzione fra rumore e sostanza è, statisticamente parlando, irragionevole.
La Costituzione o la si difende sempre. Anche quando non fa comodo. Anche quando il beneficiato ci è antipatico. Anche quando a istruire la pratica è il governo che proprio non sopportiamo. Anche quando a sbagliare sono i magistrati che di solito ci piacciono. Oppure si ammetta, una volta per tutte, che la si cita solo quando serve a colpire l'avversario.
Vale per tutti, destra e sinistra.
Da Berlusconi in giù, questo film l'abbiamo già visto troppe volte.