Separazione delle carriere, una storia infinita.
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Sulla questione separazione delle carriere c’è un aspetto che fatico a comprendere. Da un lato, l'ANM e numerosi “giornalisti” ci spiegano quanto sia irrilevante la separazione delle carriere. L’ufficio "Documentazione e Studi" del PD, nel dossier n.144, riporta che ogni anno si verificano appena 20 passaggi di ruolo su 10.000 magistrati, quasi sempre dalla carriera di pubblico ministero a quella di giudice. Se l'impatto è davvero così minimo, perché allora si protesta con tanta veemenza, sventolando la Costituzione?
Forse è semplicemente una protesta per difendere un privilegio?
Si dai... un pò come fanno i tassisti che protestano contro Uber...
Ora, al di là del caso del PM in foto, responsabile di intercettazioni illegali ai danni di un parlamentare del PD per tre anni, ho voluto riportare il parere di alcuni magistrati di rilievo, protagonisti della storia giudiziaria del nostro Paese.
Antonio Di Pietro, simbolo di Mani Pulite, si è espresso chiaramente sulla questione:
Lei è favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e PM?
«Sì, lo affermo tenendo conto degli articoli 104 e 111 della Costituzione. La separazione delle carriere è una naturale conseguenza dell’articolo 111, una scelta di buon senso.»
Chi critica la riforma teme un indebolimento della figura del PM.
«Questa è una fake news. La riforma non tocca l’articolo 104 della Costituzione, che garantisce l’indipendenza sia dell’autorità giudicante sia di quella requirente da ogni altro potere dello Stato. Anzi, a mio avviso il PM potrebbe avere addirittura più poteri di prima. E comunque, la vera sudditanza al potere politico dipende solo dall’animus del giudice o del PM.»
L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), però, si oppone fermamente.
«Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, invece di uscire dall’aula con la Costituzione in mano, li inviterei a rileggerla con maggiore attenzione.»
A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare: "Vabbè, è Di Pietro..."
E allora concludo con le parole di Giovanni Falcone, tratte da un’intervista rilasciata a Mario Pirani di Repubblica il 3 ottobre 1991, in merito alla riforma Vassalli e al nuovo codice di procedura penale:
“Un sistema accusatorio si basa sul presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi di prova da presentare nel dibattimento, dove rappresenta una parte in causa. Per questo motivo, il PM necessita di esperienze, competenze, capacità e preparazione tecnica per perseguire l’obiettivo. Nel dibattimento, non deve avere alcuna parentela con il giudice né essere, come avviene oggi, una sorta di para-giudice.
Il giudice, in questo scenario, deve essere una figura neutrale, non coinvolta e al di sopra delle parti. Questo principio viene contraddetto dal fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e PM risultano indistinguibili. Chi, come me, sostiene la necessità di due figure professionalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene etichettato come nemico dell’indipendenza della magistratura e nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, accusato di voler porre il PM sotto il controllo dell’Esecutivo.”
C’è altro da aggiungere?
Non credo.
(immagine da articolo21.it)