Ucraina: fatti, narrazioni e distorsioni. Una cronologia ragionata dal 1991 a oggi.
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Negli ultimi anni la storia recente dell’Ucraina è diventata un campo di battaglia narrativo. Non solo tra Stati, ma tra versioni della realtà. Ogni evento, dal referendum del 1991 a Euromaidan, dalla Crimea al Donbass fino all’invasione del 2022, viene raccontato almeno tre volte:
una volta dalla narrazione ucraina,
una volta dalla narrazione russa,
e una terza volta, spesso confusa, dal dibattito occidentale che miscela fonti, slogan e semplificazioni a seconda dell'ideologia o megafono ascoltato.
Il risultato è che i fatti scompaiono, inghiottiti da cornici ideologiche contrapposte. E quando i fatti spariscono, resta solo il tifo.
Questo testo nasce da un’esigenza personale:
separare ciò che è accaduto da come viene raccontato. Non per stabilire una "verità assoluta", che in politica e nella storia recente raramente esiste, ma per distinguere ciò che è documentabile, da ciò che è interpretazione da ciò che è propaganda.
Per farlo, ogni capitolo seguirà sempre lo stesso schema:
I fatti
Una ricostruzione essenziale degli eventi, basata su dati, cronologia e atti verificabili.La narrazione ucraina
Come quegli eventi vengono letti, ricordati e utilizzati nel discorso pubblico ucraino.La narrazione russa
Come gli stessi eventi vengono reinterpretati, giustificati o ribaltati dal Cremlino e dai media russi.Una lettura dei fatti
Non neutra, ma dichiarata: una valutazione personale costruita sulla comparazione delle fonti, sulle incoerenze delle narrazioni e sulle conseguenze concrete delle scelte politiche.
Questo metodo verrà applicato agli snodi principali della storia ucraina, a partire dal referendum per l’indipendenza del 1991 fino agli eventi che hanno portato alla guerra aperta di oggi.
Non troverete un racconto "eroico" né uno "complottista".
Troverete invece una sequenza di eventi che, una volta spogliati delle sovrastrutture propagandistiche, mostrano una dinamica molto più banale e molto più tragica:
uno Stato giovane e fragile, stretto tra interessi geopolitici contrapposti, che tenta di scegliere una direzione e paga ogni scelta a un prezzo altissimo.
Se questo testo infastidirà qualcuno, probabilmente non sarà per i fatti. Sarà perché mettere in fila i fatti toglie ossigeno alle narrazioni comode.
Capitolo 1
1991, l’indipendenza ucraina.
I fatti
Nel 1991 l’Unione Sovietica è ormai in fase terminale. Tra agosto e dicembre il potere centrale collassa, i partiti comunisti locali perdono il controllo e le repubbliche sovietiche vengono chiamate a decidere il proprio futuro.
Il 1 dicembre 1991 in Ucraina si tiene un referendum sull’indipendenza dello Stato. Il quesito è semplice, diretto, senza ambiguità strategiche o militari. Agli elettori viene chiesto se confermare l’Atto di proclamazione dell’indipendenza approvato pochi mesi prima dal Parlamento ucraino.
Il risultato è netto. Oltre il 90 percento degli elettori vota a favore dell’indipendenza. Il dato rilevante, spesso ignorato nel dibattito successivo, è che il voto favorevole attraversa tutte le regioni del Paese. Non solo l’ovest storicamente più nazionalista, ma anche l’est industriale e russofono, il Donbass e perfino la Crimea, che vota a maggioranza per restare dentro l’Ucraina indipendente.
Il referendum è riconosciuto a livello internazionale. Pochi giorni dopo, Russia inclusa, gli Stati riconoscono formalmente l’Ucraina come soggetto sovrano. Con gli accordi di Belaveža, firmati l’8 dicembre 1991, Russia, Ucraina e Bielorussia certificano la fine dell’URSS.
Da quel momento l’Ucraina nasce come Stato indipendente nei confini ereditati dalla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Confini che nessuno, all’epoca, contesta ufficialmente.
Vale la pena soffermarsi su un dettaglio che oggi viene spesso rimosso o riscritto retroattivamente. Nel referendum del 1 dicembre 1991 non esiste una frattura territoriale tra un’Ucraina "vera" e una "forzata". Le regioni che diventeranno centrali nel conflitti successivi partecipano e votano in modo chiaro.
Nelle regioni di Donetsk e Luhansk, cioè il cuore di quello che oggi chiamiamo Donbass, l’indipendenza ottiene rispettivamente circa l’83 e l’84 percento dei voti favorevoli. Non una maggioranza risicata, ma un consenso netto. Ancora più significativo è il dato della Crimea, spesso descritta come naturalmente e storicamente estranea all’Ucraina. Anche lì, nel 1991, la maggioranza degli elettori, circa il 54 percento, vota per restare dentro uno Stato ucraino indipendente.
La narrazione ucraina
Nella memoria politica ucraina, il referendum del 1991 è l’atto fondativo dello Stato moderno. È il momento in cui il popolo ucraino, nella sua interezza territoriale e culturale, sceglie l’indipendenza dopo decenni di subordinazione a Mosca.
Questa narrazione insiste su un punto chiave: l’indipendenza non sarebbe il risultato di una spinta nazionalista occidentale, ma una decisione collettiva e trasversale. Il fatto che anche le regioni russofone abbiano votato a favore viene letto come la prova che l’Ucraina non nasce contro qualcuno, ma per se stessa.
In questa cornice, l’Ucraina post-sovietica è vista come uno Stato legittimo fin dall’origine, con confini riconosciuti e una sovranità sancita dal voto popolare.
La narrazione russa
Nella narrazione russa successiva, soprattutto quella sviluppata a partire dagli anni 2000, il 1991 viene invece rappresentato come una frattura artificiale. L’Ucraina non sarebbe una vera nazione, ma una costruzione amministrativa sovietica diventata indipendente per un incidente della storia.
Il referendum viene spesso minimizzato o svuotato di significato. Secondo questa visione, il voto del 1991 non rappresenterebbe una scelta identitaria consapevole, ma una reazione emotiva al collasso economico e politico dell’URSS.
In alcuni discorsi ufficiali, l’indipendenza ucraina viene descritta come un errore storico, tollerato temporaneamente dalla Russia in un momento di debolezza, non come una decisione definitiva e irreversibile.
Questa rilettura introduce un concetto cruciale che tornerà più volte negli anni successivi: l’idea che la sovranità ucraina sia condizionata, incompleta o revocabile.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Percentuale voti pro indipendenza referendum 1991
Spogliato delle narrazioni, il referendum del 1991 lascia un dato difficile da aggirare. L’Ucraina nasce come Stato indipendente attraverso un voto popolare ampio, riconosciuto e territorialmente omogeneo.
Non nasce come Stato anti-russo, né come avamposto occidentale. Nasce come risposta al vuoto lasciato dal crollo sovietico, in un contesto in cui la maggior parte delle ex repubbliche sceglie la stessa strada.
È vero che l’identità nazionale ucraina nel 1991 è ancora fragile, plurale, spesso contraddittoria. Ma questo non rende il voto meno valido. Al contrario, rende più significativo il fatto che regioni con storie, lingue e memorie diverse abbiano scelto insieme di restare nello stesso Stato.
La rilettura russa successiva non contesta il referendum sul piano giuridico, ma sul piano simbolico. Non dice "quel voto non vale", dice "quel voto non dovrebbe valere". Ed è una differenza enorme.
Da qui nasce una tensione che attraverserà tutta la storia successiva. Da una parte uno Stato che considera la propria indipendenza un fatto acquisito. Dall’altra una potenza che, col tempo, inizierà a trattare quella indipendenza come una concessione temporanea.
Il resto della storia ucraina, nel bene e nel male, si sviluppa dentro questa frattura originaria.
Capitolo 2
2004, la Rivoluzione Arancione.
I fatti
Nel 2004 l’Ucraina è formalmente uno Stato indipendente, ma politicamente ancora sospesa. Non ha una direzione strategica chiara, non ha istituzioni solide, non ha un equilibrio stabile tra interessi interni ed esterni. Il potere reale è concentrato nelle mani di pochi gruppi oligarchici, legati a territori, industrie e reti mediatiche.
Le elezioni presidenziali del 2004 non nascono come uno scontro ideologico astratto, ma come una competizione tra due blocchi di potere molto concreti.
Viktor Yanukovych è il candidato sostenuto dall’apparato statale uscente, dall’establishment economico dell’est del Paese e apertamente appoggiato dalla Russia. È forte soprattutto nel Donbass e nelle regioni orientali, dove l’economia è legata all’industria pesante, ai mercati russi e a una visione più centralizzata del potere. Il suo messaggio è semplice, stabilità, continuità, rapporti stretti con Mosca.
Viktor Yushchenko rappresenta invece un fronte eterogeneo che guarda più a ovest. È sostenuto da settori della classe media urbana, da parte dell’oligarchia non allineata con il blocco orientale e da regioni occidentali e centrali del Paese. Il suo discorso non è anti-russo, ma insiste su riforme, stato di diritto e avvicinamento all’Europa.
Questa distinzione è fondamentale. Nel 2004 non esiste ancora una contrapposizione netta tra “Ucraina europea” e “Ucraina russa” come verrà raccontata dopo. Esiste piuttosto una competizione tra due modelli di potere e due reti di interessi.
Durante la campagna elettorale, Yushchenko viene avvelenato con diossina (!). Sopravvive, ma con il volto segnato in modo permanente. L’episodio non verrà mai chiarito fino in fondo, ma contribuisce a radicalizzare il clima e a rafforzare la percezione di una competizione senza regole.
Al primo turno, nell’ottobre 2004, nessuno dei due candidati ottiene la maggioranza assoluta. Si va al ballottaggio. Il 21 novembre, la commissione elettorale centrale annuncia la vittoria di Yanukovych con circa il 49,5 percento dei voti contro il 46,6 percento di Yushchenko. Uno scarto ridotto, ma sufficiente per proclamare un vincitore.
Quasi immediatamente emergono prove di brogli, pressioni sugli elettori, manipolazioni nei seggi, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali. Gli osservatori internazionali parlano apertamente di un processo elettorale non conforme agli standard democratici.
Le proteste esplodono a Kyiv e in altre città. Migliaia, poi centinaia di migliaia di persone occupano pacificamente le piazze. Dopo settimane di stallo politico, la Corte Suprema ucraina annulla il risultato del ballottaggio e ordina una nuova votazione.
Il 26 dicembre 2004 si tiene il nuovo ballottaggio. Questa volta Yushchenko vince con circa il 52 percento dei voti contro il 44 percento di Yanukovych. Il risultato viene riconosciuto come regolare dagli osservatori internazionali e accettato, seppur con riluttanza, dagli apparati statali.
Il passaggio di potere avviene senza l’uso della forza.
La narrazione ucraina
Nel racconto ucraino, la Rivoluzione Arancione è il momento in cui la società civile irrompe sulla scena politica. Non viene vissuta solo come una protesta elettorale, ma come una presa di coscienza collettiva.
La piazza diventa il simbolo di un Paese che rifiuta di essere governato con pratiche sovietiche, avvelenamenti, manipolazioni e decisioni calate dall’alto. Il colore arancione, legato alla campagna di Yushchenko, si trasforma in un segno identitario più ampio, che rappresenta la possibilità di scegliere.
In questa narrazione, Yushchenko non è un leader carismatico o rivoluzionario, ma il veicolo di una richiesta più grande. La vera vittoria non è la sua elezione, ma il fatto che un’elezione truccata possa essere annullata.
La Rivoluzione Arancione viene così ricordata come la prova che l’Ucraina, pur fragile, non è condannata all’autoritarismo.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, invece, il 2004 segna l’inizio di una minaccia sistemica. La Rivoluzione Arancione viene interpretata come una prova generale di ingerenza occidentale nello spazio post-sovietico.
Il sostegno politico e mediatico occidentale a Yushchenko viene presentato come la vera causa del suo successo. Le ONG, i consulenti, i fondi stranieri diventano i protagonisti del racconto, mentre la società ucraina scompare sullo sfondo.
Yanukovych viene descritto come il legittimo vincitore di un’elezione rubata. La decisione della Corte Suprema viene vista come un atto politico mascherato da sentenza giuridica. La piazza non è più espressione popolare, ma una folla manipolata.
Questa narrazione introduce un concetto che diventerà centrale negli anni successivi. L’idea che le proteste di massa non siano mai spontanee, ma sempre strumenti di una strategia esterna.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Viktor Yushchenko - Prima e dopo l'avvelenamento.
La Rivoluzione Arancione non può essere ridotta né a una rivoluzione pura né a un complotto eterodiretto. È il prodotto di un sistema politico debole che entra in crisi quando tenta di forzare il risultato elettorale.
I brogli del 2004 non sono un’invenzione narrativa. Sono stati riconosciuti e hanno avuto conseguenze giuridiche concrete. Allo stesso tempo, il sostegno occidentale a Yushchenko è reale, ma non sufficiente da solo a spiegare la mobilitazione.
Il dato più importante non è chi abbia vinto, ma cosa sia successo dopo. Per la prima volta nello spazio post-sovietico, un’elezione presidenziale viene annullata sotto la pressione congiunta della piazza e delle istituzioni.
Questo evento lascia due eredità opposte. In Ucraina rafforza l’idea che il potere possa essere messo in discussione. In Russia rafforza la convinzione che le proteste popolari siano una minaccia esistenziale da prevenire a ogni costo (ricordatevi questo quando leggerete il prossimo capitolo).
La Rivoluzione Arancione non cambia strutturalmente l’Ucraina. Le riforme promesse da Yushchenko si arenano, le lotte interne riprendono, la corruzione resta. Ma cambia il modo in cui il potere viene percepito.
Da questo momento in poi, ogni crisi politica ucraina avrà alle spalle il fantasma del 2004. E ogni risposta russa sarà influenzata dalla paura che quella scena possa ripetersi altrove.
Capitolo 3
2010, elezione di Yanukovych.
I fatti
Tra il 2005 e il 2010 l’Ucraina vive una fase di profonda disillusione. La Rivoluzione Arancione aveva acceso aspettative enormi, ma il quinquennio successivo è segnato da conflitti interni, paralisi istituzionale e riforme mancate. Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko, alleati nel 2004, diventano rapidamente rivali. Il potere esecutivo si frammenta, il Parlamento è bloccato da crisi continue, l’economia rallenta.
La crisi finanziaria globale del 2008 colpisce duramente il Paese. Nel 2009 il PIL ucraino crolla di circa il 15 percento, una delle peggiori performance in Europa. Il debito cresce, la valuta si svaluta, la dipendenza energetica dalla Russia resta intatta. Per molti cittadini, la promessa di cambiamento del 2004 appare tradita.
In questo contesto si tengono le elezioni presidenziali del 2010. Al primo turno Viktor Yanukovych arriva in testa, seguito da Yulia Tymoshenko. Viktor Yushchenko, presidente uscente, ottiene un risultato marginale, poco più del 5 percento. È un dato politicamente rilevante: il leader simbolo della Rivoluzione Arancione viene di fatto espulso dal consenso popolare.
Il ballottaggio si svolge nel febbraio 2010. Yanukovych vince con il 48,95 percento dei voti contro il 45,47 percento di Tymoshenko. La differenza è contenuta, ma sufficiente. Gli osservatori internazionali giudicano le elezioni competitive e, pur con criticità, sostanzialmente conformi agli standard democratici. Tymoshenko contesta il risultato, ma non porta avanti un ricorso efficace. Il potere passa di mano senza proteste di massa.
Yanukovych torna al potere, questa volta non come candidato imposto dall’alto, ma come vincitore di elezioni riconosciute.
C’è un ulteriore fatto, spesso rimosso, che aiuta a comprendere meglio il profilo politico di Yanukovych e la sua vittoria nel 2010.
Negli anni precedenti alle elezioni, Yanukovych avvia un vero e proprio processo di rebranding politico. Il paradosso è evidente solo in apparenza. L’uomo descritto retroattivamente come un burattino di Mosca affida la propria immagine e la propria strategia elettorale a consulenti occidentali, in particolare statunitensi.
Il suo principale stratega è Paul Manafort, consulente politico americano con lunga esperienza in campagne elettorali internazionali e che, anni dopo, diventerà noto al grande pubblico per il suo ruolo nella campagna presidenziale di Donald Trump. Il lavoro di Manafort su Yanukovych non è ideologico, ma cosmetico e comunicativo. L’obiettivo è trasformare un politico percepito come rozzo, poco carismatico e legato a un passato criminale giovanile in una figura presentabile, istituzionale, rassicurante.
Il linguaggio cambia, l’immagine viene ripulita, il messaggio si sposta dall’appartenenza geopolitica alla promessa di ordine. Yanukovych smette di parlare per simboli identitari e inizia a parlare di stabilità, lavoro, pragmatismo. Lo slogan della campagna non è un richiamo alla Russia, ma una promessa sociale ed economica rivolta a un elettorato stanco del caos politico.
Questo dato è rilevante perché mostra come, nel 2010, la competizione politica ucraina non sia ancora strutturata come uno scontro ideologico tra Occidente e Russia. È piuttosto una lotta per il consenso interno, giocata anche attraverso strumenti tipici della comunicazione politica occidentale.
La narrazione ucraina
Nel racconto ucraino, soprattutto quello sviluppatosi dopo il 2014, l’elezione di Yanukovych nel 2010 viene spesso descritta come un passo indietro dopo il risveglio democratico del 2004.
Yanukovych è rappresentato come il simbolo della restaurazione oligarchica, dell’autoritarismo strisciante e della subordinazione a Mosca. Il fatto che venga eletto democraticamente tende a passare in secondo piano rispetto alle sue scelte successive.
Questa narrazione legge il voto del 2010 come il risultato della stanchezza, della delusione e della disinformazione, più che come una scelta politica consapevole. L’accento viene posto sul “tradimento” dello spirito della Rivoluzione Arancione, più che sulle sue responsabilità concrete nel fallimento delle riforme.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, invece, il 2010 segna il ritorno alla normalità. Yanukovych viene presentato come il presidente legittimo che corregge la deviazione del 2004.
Il suo successo elettorale è usato per dimostrare che la Rivoluzione Arancione non rappresentava la volontà profonda del Paese, ma una parentesi artificiale. Il voto del 2010 viene citato come prova che l’Ucraina sarebbe naturalmente orientata verso rapporti stretti con la Russia.
In questa cornice, Yanukovych non è un politico filorusso, ma un leader pragmatico che ristabilisce equilibri storici e culturali. Il fatto che sia stato eletto in elezioni giudicate regolari diventa un elemento centrale della legittimazione russa.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Spogliata dalle narrazioni contrapposte, l’elezione del 2010 mostra un quadro meno ideologico e più concreto. Yanukovych vince perché una parte significativa dell’elettorato ucraino è delusa dal caos politico seguito al 2004, non perché l’Ucraina abbia “scelto la Russia”.
Il voto del 2010 non cancella la Rivoluzione Arancione, ma ne mostra i limiti. Dimostra che la mobilitazione popolare non si è tradotta in istituzioni più forti, né in un miglioramento tangibile delle condizioni di vita per la maggioranza della popolazione.
Yanukovych non torna al potere con un mandato rivoluzionario, ma con una promessa di stabilità. Una promessa che si basa su un equilibrio delicato: rassicurare Mosca sul piano geopolitico e, allo stesso tempo, mantenere aperti i canali con l’Europa sul piano economico.
È in questo equilibrio forzato che maturano le scelte successive del suo governo. Scelte che non nascono da una strategia ideologica coerente, ma dalla necessità di sopravvivere politicamente in uno Stato fragile, dipendente energeticamente, economicamente vulnerabile e profondamente diviso.
Il 2010 non è l’inizio di una deriva inevitabile verso il conflitto. È l’ultimo tentativo, imperfetto e contraddittorio, di tenere l’Ucraina con un piede a est e uno a ovest. Quando questo equilibrio salterà, pochi anni dopo, le conseguenze saranno irreversibili.
Capitolo 4
2010–2013, Il piede in due staffe.
Una volta tornato al potere nel 2010, Yanukovych si muove in modo coerente con la promessa elettorale di stabilità. Le sue prime scelte di politica estera e di sicurezza vanno tutte nella stessa direzione, ridurre le tensioni con la Russia e congelare qualsiasi ipotesi di allineamento militare occidentale.
Nel luglio 2010 il Parlamento ucraino approva la legge sui "Principi di politica interna ed estera". In questo testo viene formalizzato lo status dell’Ucraina come Paese non allineato. L’adesione a blocchi militari, NATO inclusa, viene esplicitamente esclusa come obiettivo strategico dello Stato. Non è una dichiarazione politica estemporanea, ma una scelta scritta nella legge.
Questo passaggio è centrale. Tra il 2010 e il 2014 l’Ucraina non solo non è candidata alla NATO, ma si vincola giuridicamente a non esserlo. In quegli anni non esistono piani ufficiali di adesione, non esistono negoziati aperti, non esistono scadenze o percorsi formali.
Pochi mesi prima, nell’aprile 2010, Yanukovych firma con la Russia i cosiddetti Accordi di Kharkiv. L’intesa prevede l’estensione della permanenza della flotta russa del Mar Nero nella base di Sebastopoli, in Crimea, fino al 2042, con possibilità di proroga. In cambio, l’Ucraina ottiene uno sconto significativo sul prezzo del gas russo, stimato in miliardi di dollari nel corso degli anni successivi.
Anche questo è un dato difficilmente conciliabile con l’idea di una minaccia militare ucraina verso la Russia. La presenza navale russa in Crimea non viene ridotta, ma consolidata per decenni. Sul piano strategico, Mosca ottiene una garanzia di lungo periodo proprio nel cuore di quella regione che, pochi anni dopo, verrà presentata come improvvisamente “a rischio”.
Parallelamente, il governo ucraino porta avanti un’altra linea, meno visibile ma altrettanto importante. Prosegue il negoziato con l’Unione Europea per un Accordo di Associazione e una zona di libero scambio approfondita. Il lavoro tecnico è enorme, migliaia di pagine di armonizzazione normativa, standard industriali, regole doganali, procedure amministrative.
Il senso di questa strategia è pragmatico. L’Ucraina tenta di mantenere buoni rapporti politici e militari con la Russia, assicurandosi gas e stabilità, mentre cerca di agganciare l’economia europea per sopravvivere finanziariamente. È il classico equilibrio del "piede in due scarpe", rischioso ma comprensibile per un Paese in difficoltà.
Fino al 2012 questo equilibrio regge. Ma nel 2013 la situazione cambia. Mosca inizia a percepire l’accordo con l’Unione Europea non come un semplice trattato commerciale, ma come una perdita strategica. Funzionari russi, tra cui il consigliere presidenziale Sergej Glazyev, avvertono pubblicamente che la firma dell’accordo comporterebbe gravi conseguenze economiche e politiche per l’Ucraina, inclusa la revisione delle relazioni commerciali e dello status dei confini.
Sotto questa pressione, e con la promessa di un pacchetto di aiuti finanziari russi pari a circa 15 miliardi di dollari, Yanukovych cambia rotta. Il 21 novembre 2013 il governo ucraino annuncia la sospensione del processo di firma dell’accordo con l’Unione Europea, a pochi giorni dal vertice di Vilnius in cui la firma era prevista.
È questa decisione, e non un piano militare o una mossa NATO, a innescare la crisi politica successiva conosciuta come EUROMAIDEN.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, il periodo 2010–2013 viene letto come una fase di progressiva concentrazione del potere nelle mani di Yanukovych e del suo entourage. Le scelte di neutralità vengono interpretate non come equilibrio, ma come sottomissione agli interessi russi.
Gli Accordi di Kharkiv diventano simbolo di una svendita della sovranità nazionale in cambio di vantaggi economici di breve periodo. La sospensione dell’accordo con l’Unione Europea viene vissuta come un tradimento, non solo di una promessa elettorale, ma di anni di lavoro diplomatico e di una prospettiva di modernizzazione.
In questa lettura, Euromaidan non nasce da un desiderio astratto di Occidente, ma dalla percezione che il futuro del Paese venga deciso sotto ricatto esterno.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, gli stessi eventi vengono capovolti. La neutralità del 2010 è vista come la prova che l’Ucraina riconosce la propria collocazione naturale. Gli Accordi di Kharkiv diventano un atto di cooperazione legittimo e vantaggioso per entrambi.
L’accordo con l’Unione Europea viene invece presentato come una minaccia mascherata. Non tanto per il contenuto economico, quanto per le conseguenze geopolitiche di lungo periodo. Secondo questa visione, l’UE sarebbe solo il primo passo di un percorso che porterebbe inevitabilmente alla NATO.
La sospensione della firma nel novembre 2013 viene quindi descritta come una scelta responsabile, mentre le proteste successive vengono dipinte come il risultato di pressioni e interferenze esterne.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Guardando ai fatti, il periodo 2010–2013 smonta una delle giustificazioni più ripetute negli anni successivi. Non esiste, in questa fase, alcuna minaccia militare ucraina verso la Russia o aspirazioni ad entrare nella nato. Al contrario, l’Ucraina adotta formalmente la neutralità e consolida la presenza militare russa sul proprio territorio.
Il vero terreno di scontro non è la sicurezza, ma l’economia e il modello di sviluppo. L’accordo con l’Unione Europea non riguarda basi, missili o alleanze, ma regole, dazi, mercati e standard. Ed è proprio questo che lo rende pericoloso agli occhi del Cremlino, perché sottrae l’Ucraina a un sistema di dipendenze economiche e politiche.
La decisione di Yanukovych di sospendere la firma non è un atto ideologico, ma una scelta sotto pressione. È anche, però, l’errore politico decisivo. Non perché “sceglie la Russia”, ma perché cancella anni di promesse senza legittimazione popolare, in un Paese già segnato da sfiducia e instabilità.
Quando la sera del 21 novembre 2013 gli studenti scendono in piazza, non stanno protestando contro la NATO o per l'EU. Stanno protestando contro una decisione percepita come imposta e irreversibile.
Da qui inizia Euromaidan.
Capitolo 5
2013–2014, Euromaidan.
I fatti
La sera del 21 novembre 2013, poche ore dopo l’annuncio ufficiale della sospensione dell’accordo con l’Unione Europea, un piccolo gruppo di studenti e attivisti si ritrova in Piazza Maidan a Kyiv. La protesta è spontanea, non violenta, priva di strutture organizzative complesse. Il messaggio è semplice: chiedere al governo di tornare sui propri passi.
Nei giorni successivi la partecipazione cresce lentamente. Fino a fine novembre Euromaidan resta una protesta limitata, pacifica, incentrata su richieste politiche circoscritte. Non ci sono scontri, non ci sono assalti a edifici pubblici, non ci sono rivendicazioni radicali.
La svolta avviene nella notte tra il 29 e il 30 novembre. Le forze di polizia antisommossa, i Berkut, intervengono per sgomberare la piazza. L’operazione colpisce soprattutto studenti che stavano dormendo sul posto. Le immagini delle cariche, dei manganelli e dei feriti si diffondono rapidamente.
È questo episodio a cambiare radicalmente la natura della protesta. Il giorno successivo decine di migliaia di persone scendono in piazza. Nei giorni seguenti si parla di centinaia di migliaia solo a Kyiv. La protesta non riguarda più l’accordo con l’Unione Europea, ma la violenza dello Stato contro cittadini disarmati.
Tra dicembre 2013 e gennaio 2014 Euromaidan si trasforma in un movimento eterogeneo. Accanto a studenti e attivisti compaiono lavoratori, pensionati, professionisti, gruppi religiosi, volontari. La piazza si organizza, costruisce barricate, crea servizi di autodifesa e assistenza.
Nel gennaio 2014 il governo approva una serie di leggi che limitano fortemente il diritto di protesta e di assemblea. Queste norme, definite da molti osservatori come autoritarie, contribuiscono ad alimentare ulteriormente la radicalizzazione.
Gli scontri diventano più frequenti e più violenti. Entrano in scena gruppi più organizzati e pronti allo scontro fisico. La dinamica si sposta gradualmente dalla protesta alla rivolta.
Il momento più drammatico arriva tra il 18 e il 20 febbraio 2014. Durante gli scontri muoiono decine di manifestanti, colpiti da armi da fuoco. Il numero complessivo delle vittime supera il centinaio. Le responsabilità precise restano oggetto di indagini e controversie, ma il dato politico è chiaro: lo Stato ha perso il controllo della situazione e ha sparato sui manifestanti.
Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, Yanukovych lascia Kyiv. Poco dopo fugge dal Paese. Il 22 febbraio il Parlamento ucraino vota la sua rimozione per abbandono delle funzioni e convoca elezioni anticipate. La decisione ottiene una maggioranza molto ampia, che include anche deputati del suo stesso partito.
Il potere cambia senza un assalto armato al palazzo presidenziale, ma in un contesto di collasso istituzionale.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, Euromaidan diventa rapidamente una rivoluzione della dignità. La piazza viene ricordata come l’espressione di un popolo che rifiuta la corruzione, l’autoritarismo e la sottomissione a pressioni esterne.
La violenza è interpretata come una risposta necessaria alla repressione statale. Le vittime di febbraio vengono elevate a simbolo, i cosiddetti “Cento Celesti”, e diventano parte integrante della memoria nazionale.
In questo racconto, Yanukovych non viene deposto, ma si auto-esclude fuggendo. Il Parlamento agisce per evitare il vuoto di potere e ristabilire la legalità. Euromaidan non è visto come una rottura dell’ordine costituzionale, ma come un suo ripristino morale.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, Euromaidan è invece un colpo di Stato. La protesta iniziale viene descritta come una copertura per un’operazione orchestrata dall’Occidente, con il coinvolgimento di servizi segreti, ONG e governi stranieri.
La violenza viene attribuita ai manifestanti, in particolare a gruppi nazionalisti e radicali. La fuga di Yanukovych viene presentata come una cacciata forzata. La decisione del Parlamento viene dichiarata illegittima.
In questa versione, il nuovo potere nato dopo Euromaidan non rappresenta il popolo ucraino, ma una minoranza ostile ai russofoni e funzionale agli interessi occidentali. Questo racconto diventa la base giustificativa per le azioni russe successive.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Euromaidan non è né una protesta ingenua degenerata per caso, né un piano segreto eseguito alla perfezione. È una crisi politica che esplode quando un potere fragile reagisce alla contestazione con la forza.
Il punto di rottura non è l’Europa, la CIA o la NATO, ma la violenza del 30 novembre. Senza quella repressione, Euromaidan probabilmente sarebbe rimasto una protesta limitata. È l’uso sproporzionato della forza a trasformare una contestazione politica prima in una rivolta e poi in una crisi di regime.
Allo stesso tempo, è vero che nel corso dei mesi entrano in scena gruppi più radicali e violenti. La piazza non è monolitica, né sempre pacifica. Ma ridurre Euromaidan a questi gruppi significa ignorare la sua composizione sociale ampia e la sua origine. Sarebbe come dire che nelle manifestazioni italiane pro-pal quello sparuto gruppo di persone che si dedica a devastare le città rappresenta tutti i manifestanti.
La caduta di Yanukovych avviene in una zona grigia giuridica. Non è un colpo di Stato, ma nemmeno una transizione ordinata. È il risultato di un collasso di legittimità, in cui il presidente perde sostegno politico, controllo delle forze di sicurezza e capacità di governare, per suoi demeriti più che a causa di ingerenze esterne.
Euromaidan segna comunque un punto di non ritorno. Non perché porti automaticamente alla guerra, ma perché rompe definitivamente l’equilibrio del 2010.
Capitolo 6
2014, la Crimea.
I fatti
Dopo la fuga di Yanukovych e la formazione di un nuovo governo a Kyiv, il contesto ucraino è estremamente fragile. Le istituzioni sono operative ma sotto pressione, l’esercito è in condizioni critiche, il controllo del territorio è incompleto. È una fase di transizione, non di stabilità.
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2014, uomini armati senza insegne ufficiali prendono il controllo di edifici strategici in Crimea, aeroporti, sedi istituzionali, infrastrutture di comunicazione. In seguito verranno definiti “omini verdi”. Solo settimane dopo Mosca ammetterà ufficialmente che si tratta di militari russi.
Il 27 febbraio 2014 il Parlamento della Crimea viene occupato. Viene nominato un nuovo governo locale filorusso. In parallelo, la presenza militare russa sull’isola cresce rapidamente, andando ben oltre i limiti previsti dagli accordi esistenti per la flotta del Mar Nero.
Il 16 marzo 2014 si tiene un referendum sullo status della Crimea. Le opzioni proposte agli elettori non includono il mantenimento dello status quo. Il voto avviene in un contesto di controllo militare, senza osservatori internazionali indipendenti riconosciuti, con tempi organizzativi estremamente ridotti.
Il risultato ufficiale annunciato è superiore al 95 percento a favore dell’annessione alla Russia, con un’affluenza dichiarata molto elevata. Pochi giorni dopo, il 18 marzo 2014, la Federazione Russa annuncia formalmente l’annessione della Crimea.
La stragrande maggioranza della comunità internazionale non riconosce il referendum né l’annessione, considerandoli una violazione del diritto internazionale e della sovranità territoriale ucraina.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, quanto accade in Crimea è un’occupazione militare mascherata da autodeterminazione. Il referendum viene descritto come una farsa, organizzata sotto coercizione armata e priva di qualsiasi legittimità giuridica.
Il confronto con il referendum del 1991 è centrale. Nel racconto ucraino, la Crimea aveva già scelto di far parte dell’Ucraina indipendente in un voto libero e riconosciuto. Il cambio improvviso di orientamento nel 2014 viene attribuito non a una trasformazione democratica, ma all’intervento diretto della Russia.
L’annessione diventa il primo atto concreto di aggressione, il momento in cui la crisi politica interna si trasforma in una crisi internazionale.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, la Crimea rappresenta invece un caso esemplare di autodeterminazione dei popoli. Il referendum del 2014 viene presentato come l’espressione autentica della volontà della popolazione locale, descritta come storicamente, culturalmente e linguisticamente russa.
L’intervento militare viene negato nella fase iniziale e successivamente giustificato come misura di protezione per evitare violenze e caos. L’annessione viene raccontata come una correzione di un errore storico risalente all’epoca sovietica.
In questa versione, la Russia non viola alcuna sovranità, ma risponde a una richiesta popolare, intervenendo per ristabilire una giustizia storica.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Guardando ai fatti, la questione centrale non è l’identità culturale della Crimea, che è complessa e stratificata, ma il contesto in cui avviene il referendum del 2014.
Il confronto con il 1991 è inevitabile. Allora il voto avviene senza truppe straniere, con osservazione internazionale e all’interno di un processo condiviso di dissoluzione dell’URSS. Nel 2014 il voto avviene sotto controllo militare, senza alternative reali sulla scheda... e si non c'era nel quesito referendario la possibilità di mantenere la sua permanenza e indipendenza sotto Kiev.
Il salto dal 54 percento a favore dell’Ucraina nel 1991 a oltre il 95 percento a favore della Russia nel 2014 non può essere spiegato solo con l’evoluzione dell’opinione pubblica. Non è una questione di statistica, ma di buonsenso.
La Russia non si limita a sostenere una secessione. Interviene militarmente, controlla il territorio, organizza il voto e procede all’annessione. È una sequenza che rende il referendum uno strumento, non l’origine del processo.
Questo non significa negare che una parte significativa della popolazione crimeana fosse favorevole a un legame più stretto con la Russia. Significa riconoscere che la modalità con cui questa preferenza viene tradotta in annessione rompe un principio fondamentale, quello dell’inviolabilità dei confini riconosciuti.
La Crimea segna un punto di svolta. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, un confine europeo viene modificato con l’uso della forza. Da questo momento, il conflitto non è più solo politico o economico. Diventa territoriale.
Capitolo 7
2014–2021, il Donbass.
I fatti
Dopo l’annessione della Crimea, la destabilizzazione si sposta rapidamente verso l'est dell'Ucraina. Nella primavera del 2014, nelle regioni di Donetsk e Luhansk iniziano occupazioni di edifici pubblici, proclamazioni di "repubbliche popolari" e scontri armati con le forze ucraine.
A differenza della Crimea, qui la situazione evolve in modo meno lineare. Non c’è un referendum immediato riconducibile a un evento unico, ma una progressiva militarizzazione del territorio. Gruppi armati locali, milizie irregolari e combattenti provenienti dalla Russia prendono il controllo di porzioni significative del Donbass. Kiev risponde lanciando quella che definisce un' "operazione antiterrorismo".
Nel corso del 2014 il conflitto si intensifica rapidamente. L’esercito ucraino, impreparato e sottofinanziato, subisce gravi difficoltà. Le forze separatiste ricevono sostegno materiale, logistico e umano dalla Russia, un supporto che Mosca nega formalmente per anni, pur ammettendo successivamente la presenza di "volontari".
Tra il 2014 e il 2015 vengono firmati due accordi di cessate il fuoco, noti come Minsk I e Minsk II. Gli accordi prevedono il ritiro delle armi pesanti, il cessate il fuoco, il controllo dei confini e una riforma costituzionale ucraina che garantisca uno status speciale alle aree separatiste.
Gli accordi vengono però applicati solo parzialmente. Il cessate il fuoco viene violato ripetutamente da entrambe le parti. Il controllo del confine tra Ucraina e Russia nelle zone separatiste non torna mai a Kiev. Il conflitto si stabilizza in una guerra a bassa intensità.
I dati aiutano a capire la dimensione reale del conflitto prima del 2022. Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e il 2021 muoiono circa 14.000 persone, includendo combattenti di entrambe le parti. Le vittime civili, concentrate soprattutto nei primi anni, diminuiscono progressivamente dopo il 2015. Nel 2021 si registrano alcune decine di morti civili, in un conflitto ormai congelato.
Il Donbass, pur restando una zona instabile, non è nel 2021 un fronte di guerra aperta, ma una ferita non rimarginata.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, quanto accade nel Donbass è una guerra non dichiarata della Russia contro l’Ucraina. Le "repubbliche popolari" vengono descritte come entità artificiali, create e mantenute grazie al sostegno militare russo.
Il conflitto non è visto come una guerra civile, ma come un’aggressione esterna mascherata da rivolta locale. Le responsabilità principali vengono attribuite a Mosca, mentre le colpe interne vengono spesso minimizzate.
Gli accordi di Minsk sono ricordati come un compromesso imposto, accettato per fermare l’avanzata militare e guadagnare tempo, non come una soluzione sostenibile.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, il Donbass diventa invece il centro di un racconto umanitario. Il conflitto viene presentato come una guerra civile in cui la popolazione russofona si ribella a un potere centrale ostile.
Kiev viene accusata di bombardare i propri cittadini e di condurre una repressione sistematica contro il Donbass. Da qui nasce e si consolida l’uso del termine “genocidio”, ripetuto per anni nel discorso politico e mediatico russo.
Gli accordi di Minsk vengono descritti come una soluzione sabotata dall’Ucraina, che non avrebbe mai avuto intenzione di concedere autonomia reale alle regioni separatiste.
In questa versione, la Russia non è parte del conflitto, ma mediatrice e protettrice.
Cosa resta quando si guardano i fatti
I fatti mostrano una realtà più complessa e meno assoluta di entrambe le narrazioni. Nel Donbass esiste una componente locale di protesta e malcontento, ma senza il sostegno russo il conflitto non avrebbe mai raggiunto quella scala né quella durata.
Allo stesso tempo, parlare di genocidio non è sostenuto dai dati. Le morti civili, pur tragiche, non mostrano un intento di distruzione sistematica di un gruppo nazionale o etnico. Dopo il 2015 il conflitto si riduce a scambi di artiglieria sporadici, violazioni del cessate il fuoco e una situazione di stallo.
Gli accordi di Minsk falliscono non perché una sola parte li sabota deliberatamente, ma perché sono costruiti su presupposti incompatibili. Presuppongono un controllo del confine che non viene mai restituito e una riforma costituzionale ucraina che, in un Paese appena aggredito, diventa politicamente tossica.
Il Donbass diventa così uno strumento. Per la Russia, un conflitto congelato utile a mantenere pressione su Kiev. Per l’Ucraina, una ferita aperta che impedisce normalizzazione e sviluppo.
Nel 2021 il conflitto nel Donbass non è una guerra in escalation, ma nemmeno una pace. È un equilibrio instabile, che può durare anni o crollare improvvisamente.
Nel febbraio 2022, crollerà.
Capitolo 8
2019, la NATO in Costituzione.
I fatti
Nel febbraio 2019 il Parlamento ucraino approva una modifica alla Costituzione che inserisce tra gli obiettivi strategici dello Stato l’adesione all’Unione Europea e alla NATO. Questo passaggio viene spesso citato come una svolta decisiva nel percorso che porterà alla guerra del 2022, ma per essere compreso va collocato correttamente nel tempo e nel contesto politico.
Al momento dell’approvazione dell’emendamento, il presidente dell’Ucraina è ancora Petro Poroshenko. Volodymyr Zelensky non è ancora stato eletto e non ha alcun ruolo nelle scelte di politica estera o costituzionale del Paese. L’iniziativa rientra pienamente nella linea politica di Poroshenko, sviluppata dopo il 2014, che punta a fissare in modo irreversibile l’orientamento euroatlantico dell’Ucraina.
La scelta ha una forte dimensione simbolica e interna. L’Ucraina arriva al 2019 dopo cinque anni di conflitto, l’annessione della Crimea e una guerra congelata nel Donbass. In questo contesto, la neutralità adottata nel 2010 viene percepita come fallimentare. Inserire la NATO in Costituzione serve a comunicare che non ci sarà un ritorno a una politica di equilibrio tra est e ovest.
Dal punto di vista giuridico e militare, però, l’emendamento non cambia la realtà sul terreno. Non apre alcun negoziato automatico, non garantisce protezione militare, non avvicina concretamente l’Ucraina all’ingresso nell’Alleanza. L’adesione alla NATO resta subordinata all’unanimità degli Stati membri, condizione che nel 2019 non esiste.
Negli anni precedenti, già nel 2008, alcuni Paesi chiave come Germania e Francia avevano espresso forti riserve sull’ingresso dell’Ucraina nella NATO, temendo un’escalation con la Russia. Anche dopo il 2014, pur sostenendo politicamente Kiev, nessun grande Paese occidentale offre garanzie reali di adesione.
L’emendamento costituzionale del 2019 fissa quindi una direzione politica, ma non crea una minaccia militare immediata.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, la NATO in Costituzione viene presentata come una scelta difensiva e quasi obbligata. Dopo il 2014, molti ritengono che l’Ucraina abbia già pagato il prezzo della neutralità senza ricevere in cambio sicurezza.
L’argomento centrale è semplice. L’Ucraina ha rinunciato alle armi nucleari, ha accettato confini riconosciuti, ha evitato alleanze militari, e nonostante questo ha perso territorio. In questa cornice, dichiarare l’obiettivo NATO diventa un modo per affermare il diritto alla propria sicurezza.
Questa narrazione tende però a fondere due piani diversi, il piano simbolico e quello operativo. L’adesione viene evocata come protezione, anche se nella pratica non è né imminente né garantita.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, l’emendamento del 2019 assume un valore retroattivo. Viene utilizzato per dimostrare che l’Ucraina avrebbe sempre avuto l’intenzione di entrare nella NATO e che la crisi sarebbe stata inevitabile.
Il fatto che la modifica avvenga dopo il 2014 viene spesso ignorato o minimizzato. Il contesto di guerra e di pressione che precede la scelta viene rimosso, trasformando una conseguenza in una causa.
In questa lettura, non conta se l’adesione sia realistica o meno. Conta l’atto simbolico. Inserire la NATO in Costituzione viene presentato come una provocazione diretta, sufficiente a giustificare una risposta preventiva.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Guardando ai fatti, la NATO in Costituzione non è l’origine del conflitto, ma un suo prodotto. È la risposta di una classe politica che, dopo il 2014, cerca di blindare una direzione strategica percepita come vitale.
È una scelta comprensibile sul piano politico ed emotivo, ma discutibile sul piano strategico. Inserire in Costituzione un obiettivo che dipende da decisioni esterne riduce lo spazio di manovra diplomatica e offre un appiglio narrativo potente all’avversario.
È anche significativo che questa scelta venga compiuta prima dell’elezione di Zelensky, che vincerà pochi mesi dopo con un programma centrato sulla promessa di ridurre il conflitto nel Donbass. Zelensky eredita un quadro costituzionale già definito, non lo crea.
Nel 2019 l’Ucraina non è sul punto di entrare nella NATO. Non lo è nel 2020, né nel 2021. La minaccia militare immediata evocata nel 2022 non trova riscontro nei fatti precedenti.
La NATO in pratica è un segnale politico, usato in modi opposti. Per Kiev come dichiarazione di sopravvivenza. Per Mosca come prova di ostilità strutturale.
Ed è proprio questa distanza tra realtà materiale e uso narrativo del fatto che prepara il terreno allo scontro successivo.
Capitolo 9
2019–2021, Zelensky.
I fatti
Nell’aprile 2019 Volodymyr Zelensky vince le elezioni presidenziali con un risultato schiacciante. Al secondo turno ottiene oltre il 73 percento dei voti, battendo nettamente il presidente uscente Petro Poroshenko. È uno dei mandati più forti mai ricevuti da un presidente ucraino.
Il significato politico del voto è chiaro. Zelensky non vince come leader nazionalista o come falco geopolitico, ma come candidato anti-establishment. Il suo programma ruota attorno a tre promesse principali, lotta alla corruzione, rinnovamento della classe politica e fine della guerra nel Donbass attraverso il dialogo.
Zelensky è russofono, proviene dall’est del Paese e costruisce la propria immagine come figura capace di parlare a un’Ucraina divisa. La sua elezione segnala una stanchezza diffusa verso la retorica bellica e identitaria degli anni precedenti.
Una volta in carica, il nuovo presidente tenta effettivamente di riattivare il processo diplomatico. Nel 2019 e nel 2020 si tengono scambi di prigionieri, ritiri limitati di truppe in alcune aree e incontri nel formato Normandia con Francia, Germania e Russia. Zelensky accetta il cosiddetto “formula Steinmeier” come possibile base per l’attuazione degli accordi di Minsk.
Questi tentativi incontrano però ostacoli immediati. Sul piano interno, Zelensky deve fare i conti con una forte opposizione politica e con una parte dell’opinione pubblica che vede qualsiasi concessione come una resa. Sul piano esterno, la Russia non modifica il controllo effettivo delle zone separatiste né restituisce a Kiev il controllo del confine.
Nel frattempo, il quadro militare resta sostanzialmente stabile. Tra il 2019 e il 2021 il conflitto nel Donbass rimane a bassa intensità. Le violazioni del cessate il fuoco continuano, ma non si registra un’escalation strutturale. I dati ONU mostrano un numero di vittime civili relativamente basso rispetto agli anni precedenti.
A partire dal 2021, però, si verifica un cambiamento rilevante. La Russia inizia ad ammassare truppe su larga scala ai confini ucraini. In primavera e poi di nuovo nell’autunno del 2021 vengono osservati movimenti di decine di migliaia di soldati, mezzi corazzati, sacche di sangue e artiglieria. Si tratta di una concentrazione senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda.
Mosca giustifica questi movimenti come esercitazioni militari sul proprio territorio. Tuttavia, la scala e la ripetizione delle manovre attirano l’attenzione internazionale. Parallelamente, la retorica russa si fa più dura. Tornano con forza i temi della NATO, della protezione dei cittadini russi nel Donbass e della presunta minaccia esistenziale rappresentata dall’Ucraina.
Nel dicembre 2021 la Russia presenta a Stati Uniti e NATO due bozze di trattato formali, chiedendo non solo garanzie sull’Ucraina, ma una revisione complessiva dell’assetto di sicurezza europeo. Tra le richieste figurano il blocco definitivo dell’allargamento NATO, il ritiro di infrastrutture militari dai Paesi entrati nell’Alleanza dopo il 1997 e il riconoscimento di aree di influenza. Queste richieste non rispondono a una crisi militare immediata sul terreno, ma mirano a rimettere in discussione l’ordine post-Guerra Fredda. Il loro rifiuto segna il passaggio dalla pressione diplomatica alla preparazione dell’opzione militare.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, Zelensky viene inizialmente visto come una speranza di normalizzazione. I suoi tentativi di dialogo vengono presentati come prova di buona volontà.
Con il progressivo irrigidimento russo, però, questa narrazione cambia. L’ammassamento delle truppe viene interpretato come un ricatto militare. Le richieste di Mosca vengono percepite come un ultimatum che nega all’Ucraina il diritto di scegliere la propria politica estera.
In questa lettura, Zelensky non fallisce nel cercare la pace. È la Russia a non volerla.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, invece, Zelensky viene progressivamente trasformato da interlocutore possibile a presidente ostile. I suoi tentativi iniziali di dialogo vengono minimizzati o ignorati.
L’attenzione si sposta su singoli atti e dichiarazioni, spesso estrapolati dal contesto, per costruire l’immagine di un’Ucraina sempre più aggressiva. L’ammassamento delle truppe russe viene presentato come risposta a provocazioni ucraine e a una crescente militarizzazione sostenuta dall’Occidente.
Le richieste di sicurezza del dicembre 2021 vengono raccontate come legittime e difensive, mentre il rifiuto occidentale viene dipinto come la prova di un accerchiamento deliberato.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Guardando ai fatti nel loro insieme, il periodo 2019–2021 mostra con chiarezza che l’invasione del 2022 non nasce da un evento improvviso né da una provocazione puntuale. Nasce da una costruzione politica e narrativa lunga anni, che nel dicembre 2021 arriva al suo snodo finale.
Le richieste presentate dalla Russia a Stati Uniti e NATO non sono concepite per essere accolte. Sono volutamente irricevibili. Non perché pongano problemi di sicurezza in astratto, ma perché chiedono una riscrittura unilaterale dell’ordine europeo.
Non si tratta di fermare una minaccia imminente. Nel 2021 l’Ucraina non è sul punto di entrare nella NATO, non ospita basi occidentali, non schiera missili puntati verso Mosca. Il Donbass è un conflitto congelato, con un numero di vittime civili praticamente vicine allo zero. Zelensky non ha lanciato offensive, non ha modificato la Costituzione in senso più aggressivo, non ha rotto Minsk.
Eppure la Russia non chiede una soluzione locale. Chiede di tornare indietro nel tempo. Chiede che l’assetto nato dopo il 1991 venga considerato illegittimo. In altre parole, chiede che la storia venga riscritta, perché quella storia, sancita dal referendum ucraino del 1991 e riconosciuta anche da Mosca, non è più accettabile.
Questo è il punto di rottura vero. Non la NATO. Non Zelensky. Non Euromaidan.
L’Ucraina diventa il caso simbolico attraverso cui rimettere in discussione il principio stesso di sovranità degli Stati post-sovietici. Le richieste del dicembre 2021 servono a dimostrare che il negoziato è “fallito”, ma il loro vero scopo è preparare la giustificazione dell’uso della forza.
Non è un caso che in questa fase spariscano quasi del tutto i riferimenti alla “denazificazione”, alla presunta oppressione dei russofoni o al genocidio nel Donbass. Questi argomenti, centrali nella propaganda interna, non compaiono nei documenti ufficiali presentati a Washington e Bruxelles. Perché non sono il cuore del problema. Sono strumenti narrativi, utili a posteriori.
Il cuore del problema è il rifiuto russo di accettare che l’Ucraina esista come soggetto politico autonomo. Questo rifiuto non nasce nel 2022. Lo si ritrova nella delegittimazione del referendum del 1991, nella lettura della Rivoluzione Arancione come complotto, in Euromaidan come golpe, nell’annessione della Crimea mascherata da autodeterminazione, nella passaportizzazione del Donbass, nell’uso sistematico di "omini verdi", nella costruzione di casus belli su episodi isolati, negli avvelenamenti e nelle eliminazioni politiche che segnano lo spazio post-sovietico.
È una linea coerente, non una sequenza casuale.
Questo non assolve la politica ucraina. Kiev ha commesso errori reali e per certi versi fatali. Ha adottato scelte simboliche rigide, come la NATO in Costituzione, che hanno ridotto lo spazio diplomatico. Ha spesso sottovalutato il peso delle divisioni interne e la fragilità delle proprie istituzioni. Ha reagito talvolta in modo confuso o inefficace.
Ma nessuno di questi errori spiega la decisione di invadere uno Stato sovrano su larga scala.
Quando Mosca presenta richieste che sa essere inaccettabili, e le presenta dopo aver preparato il terreno militare, giuridico e narrativo, non sta cercando un compromesso. Sta costruendo un alibi.
Il 2019–2021 non è il fallimento di Zelensky. È il momento in cui diventa evidente che la pace non è più sul tavolo, perché l’obiettivo non è correggere il comportamento dell’Ucraina, ma annullarne l’esistenza politica così come è emersa dopo il 1991.
A quel punto, l’invasione non è una reazione. È l’atto conclusivo di una traiettoria già tracciata.
Capitolo 10
2022, l’invasione.
I fatti
Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 la Federazione Russa completa una delle più grandi concentrazioni di forze armate in Europa dalla fine della Guerra Fredda. Decine di migliaia di soldati vengono schierati lungo i confini dell’Ucraina, in Bielorussia, in Crimea e nelle regioni russe limitrofe. Ai reparti di fanteria si affiancano mezzi corazzati, artiglieria pesante, sistemi missilistici, aviazione e supporto logistico, inclusi ospedali da campo e scorte di carburante.
Questa concentrazione non ha caratteristiche difensive. Le truppe sono disposte in modo da consentire operazioni offensive simultanee su più assi. Le esercitazioni annunciate da Mosca si susseguono senza un reale rientro delle forze. La presenza militare diventa permanente.
Nel frattempo, sul piano politico e narrativo, la Russia intensifica la retorica sulla presunta minaccia ucraina. Vengono amplificate accuse di preparativi offensivi nel Donbass, di attacchi imminenti contro le repubbliche separatiste e di pericoli per i cittadini russi residenti nella regione. Queste affermazioni non trovano riscontro nelle missioni di monitoraggio internazionali presenti sul terreno.
Il 21 febbraio 2022 la Russia riconosce formalmente le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk come Stati indipendenti. È una violazione diretta degli accordi di Minsk, che Mosca aveva dichiarato di voler difendere. Contestualmente, Putin firma trattati di “amicizia e assistenza” con le due entità, aprendo la strada a un intervento militare diretto.
Nel discorso televisivo di quella sera, Putin non si limita a parlare del Donbass. Dedica ampio spazio a una rilettura della storia ucraina, negando la legittimità dello Stato nato nel 1991 e descrivendo l’Ucraina come una costruzione artificiale. È un passaggio chiave, perché sposta il conflitto dal piano contingente a quello esistenziale.
Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2022, senza una dichiarazione formale di guerra, la Russia avvia l’invasione su larga scala. Missili da crociera e balistici colpiscono obiettivi militari e infrastrutturali in tutto il Paese. Le forze terrestri entrano in Ucraina da nord, dalla Bielorussia verso Kyiv, da est lungo il confine russo e da sud dalla Crimea occupata.
L’attacco non è limitato al Donbass. Vengono colpite città lontane dal fronte orientale, inclusi aeroporti strategici, depositi logistici e centri di comando. L’obiettivo iniziale appare essere una rapida neutralizzazione delle capacità militari ucraine e un’avanzata veloce verso la capitale.
Nei primi giorni dell’invasione, colonne russe tentano di raggiungere Kyiv. L’ipotesi di un collasso rapido dello Stato ucraino e di un cambio di governo sembra parte integrante del piano operativo. Questa ipotesi si rivelerà errata, ma la sua esistenza è coerente con la scala e la direzione dell’attacco.
L’invasione provoca immediatamente una crisi umanitaria. Milioni di civili iniziano a fuggire dalle zone di combattimento. Le infrastrutture civili vengono colpite, direttamente o indirettamente, mentre le principali città entrano in stato di emergenza.
Sul piano internazionale, la reazione è rapida. La maggior parte degli Stati condanna l’invasione come violazione del diritto internazionale. Vengono imposte sanzioni economiche senza precedenti contro la Russia e avviata una vasta assistenza militare e finanziaria all’Ucraina.
La narrazione ucraina
Nella narrazione ucraina, l’invasione del 2022 è l’atto conclusivo di un’aggressione iniziata nel 2014. Non una guerra nuova, ma l’estensione di un conflitto mai realmente terminato.
Il discorso russo viene percepito come una giustificazione ex post. La “denazificazione” appare come un insulto a uno Stato guidato da un presidente eletto democraticamente, ebreo e russofono. La protezione dei civili viene smentita dalla distruzione di città, infrastrutture e quartieri residenziali.
In questa lettura, il 24 febbraio segna la fine di ogni ambiguità. La Russia non contesta una politica ucraina, ma l’esistenza stessa dell’Ucraina come Stato sovrano.
La narrazione russa
Nella narrazione russa, l’invasione viene presentata come una scelta obbligata. Tutti gli argomenti precedenti vengono fusi in un’unica giustificazione morale e storica.
La NATO diventa il nemico ultimo, l’Ucraina uno strumento, il 1991 un errore da correggere. Le azioni militari vengono raccontate come preventive, necessarie, persino umanitarie.
Le contraddizioni interne a questo racconto vengono risolte con la forza del linguaggio. Se l’Ucraina resiste, è perché manipolata. Se i civili muoiono, è colpa di Kiev. Se la guerra si allarga, è perché l’Occidente la vuole.
È una narrazione che non mira a convincere l’esterno, ma a rendere coerente l’interno.
Cosa resta quando si guardano i fatti
Guardando ai fatti, l’invasione del 2022 non è una risposta a un attacco imminente, né a una crisi improvvisa. È una decisione politica presa dopo che tutte le alternative negoziali, volutamente costruite per fallire, sono state dichiarate esaurite.
La Russia non invade perché l’Ucraina stava per entrare nella NATO. Invasione avviene quando è chiaro che l’Ucraina non entrerà nella NATO a breve, ma nemmeno tornerà sotto l’orbita russa. È questo spazio intermedio, intollerabile per Mosca, a essere cancellato con la forza.
La “denazificazione” non è la causa, ma il linguaggio scelto per legittimare la violenza. La protezione dei russofoni non spiega bombardamenti su città russofone. Il diritto internazionale viene invocato solo per essere svuotato.
Il filo che lega il 1991 al 2022 non è una provocazione occidentale continua, ma l’incapacità, o il rifiuto, di accettare che uno Stato nato dalla dissoluzione sovietica possa scegliere una traiettoria autonoma.
L’Ucraina non è invasa perché perfetta, né perché innocente. È invasa perché esiste. Perché sopravvive come soggetto politico nonostante pressioni, interferenze, omini verdi, avvelenamenti, occupazioni mascherate, passaporti distribuiti, referendum controllati e narrazioni costruite per svuotarne la legittimità.
La guerra del 2022 non apre una nuova fase. Chiude quella iniziata nel 1991, quando l’indipendenza ucraina viene accettata formalmente, ma mai interiorizzata come definitiva.
Tutto il resto, NATO, nazisti, russofoni, è fumo.
Riflessione finale
Perché, guardando i fatti, io sto da una parte
Dopo aver separato i fatti dalle narrazioni, dopo aver ricostruito cronologie, contraddizioni, svolte politiche e riscritture interessate, resta una scelta che non è più tecnica ma politica e morale.
Ed è giusto dichiararla.
Io sto dalla parte dell’Ucraina.
Non perché l’Ucraina sia stata irreprensibile. Non perché la sua classe politica sia stata lungimirante, coerente o priva di errori. Non perché ogni scelta fatta dopo il 2014 sia stata intelligente o necessaria. Gli errori ucraini esistono, li abbiamo citati e non vanno rimossi.
Sto dalla parte dell’Ucraina perché, lungo tutta questa storia, una sola parte ha messo sistematicamente in discussione il diritto dell’altra a esistere come Stato.
Dal referendum del 1991, riconosciuto anche da Mosca, fino all’invasione del 2022, la Russia non ha mai accettato davvero che l’Ucraina potesse scegliere una traiettoria autonoma. Ha tollerato l’indipendenza finché era debole, reversibile, silenziosa. Ha iniziato a contestarla quando è diventata concreta.
Ogni fase lo mostra.
Quando gli ucraini votano, il voto è “manipolato”.
Quando protestano, è un “golpe”.
Quando cambiano governo, è una “regia esterna”.
Quando difendono il territorio, è “genocidio”.
Quando resistono a un’invasione, sono “nazisti”.
Intanto, sul piano dei fatti, vediamo altro.
Vediamo avvelenamenti di politici mai chiariti.
Vediamo passaporti distribuiti in massa su territorio altrui.
Vediamo soldati senza insegne che occupano regioni e poi diventano "volontari".
Vediamo referendum sotto controllo militare.
Vediamo richieste diplomatiche formulate per essere respinte.
Vediamo una guerra preparata molto prima di essere "giustificata".
E vediamo, soprattutto, una narrazione che cambia continuamente giustificazione, ma non obiettivo.
Non è la NATO il problema, perché quando l’Ucraina era neutrale è stata aggredita lo stesso.
Non sono i russofoni, perché le città russofone sono state bombardate.
Non sono i nazisti, perché non hanno mai avuto peso politico reale.
Non è il Donbass, perché l’invasione colpisce Kiev, Kharkiv, Odessa.
Il problema è che l’Ucraina, così com’è nata nel 1991, non è più accettabile per chi vuole ripristinare un ordine fondato sulle sfere di influenza e sulla forza.
Questa guerra non nasce da una provocazione specifica. Nasce dal rifiuto di accettare un fatto storico che non si può più annullare: l’URSS è finita, e con essa il diritto di decidere per gli altri.
Prendere posizione, a questo punto, non significa “tifare”.
Significa riconoscere che tra uno Stato imperfetto che prova a esistere e una potenza che nega quel diritto con la forza, non c’è simmetria possibile.
Si può criticare l’Ucraina.
Ma non si può mettere sullo stesso piano chi sbaglia e chi invade, chi governa male e chi nega l’esistenza dell’altro.
Io sto da questa parte perché, senza questa distinzione minima, non resta più politica.
Resta solo il cinismo.